Sabato scorso l’assemblea nazionale del Pd ha approvato un documento sui diritti. Per camuffare il completo disaccordo tra le “diverse anime” del partito, il testo è stato adeguato alle più disparate sensibilità con arzigogoli, voli pindarici, periodi imbevuti di burocratese. Il documento appare così variamente interpretabile da chiarire l’intenzione degli estensori. Hanno lasciato spazio a molte più “anime” delle stesse anime dei membri del Pd (chissà mai qualcuno ne avesse una di scorta cui non vuole rinunciare).
Ciò che è ancor più sorprendente, 38 delegati hanno votato contro! Ci vuole davvero coraggio, a votare contro il nulla.
Particolare rilievo, nell’isteria mediatica estiva, è stato dato alla questione delle unioni gay. Il chiarissimo documento del Pd, a tal proposito, afferma solennemente:
” D’altra parte non si può ignorare che nella società contemporanea le dinamiche sociali ed economiche, da un lato, e, dall’altro, le libere scelte affettive e le assunzioni di solidarietà hanno dato vita a una pluralità di forme di convivenza, che svolgono una funzione importante nella realizzazione delle persone e nella creazione di un più forte tessuto di rapporti sociali. Per questo esse appaiono meritevoli di riconoscimento e tutela sulla base di alcuni principi fondamentali. Da un lato, nel principio della centralità del soggetto rispetto alle sue relazioni, così da riconoscere sia i diritti di ogni persona a dare vita liberamente a formazioni sociali, sia i diritti di ciascuno entro le diverse formazioni sociali. Dall’altro, nel principio del legittimo pluralismo, che implica il riconoscimento dei diritti e dei doveri che nascono nelle diverse formazioni sociali in cui può articolarsi la vita personale affettiva e di coppia.
Tale riconoscimento dovrà avvenire secondo tecniche e modalità rispettose, da un lato, della posizione costituzionalmente rilevante della famiglia fondata sul matrimonio ai sensi dell’art. 29 Cost. e della giurisprudenza costituzionale che anche recentemente ne ha dato applicazione, dall’altro, dei diritti di ogni persona a realizzarsi all’interno delle formazioni sociali, che si declinano oggi in un orizzonte pluralistico secondo quanto espresso dalla Corte Costituzionale: «per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri» (138/2010). Il PD, auspicando un più approfondito bilanciamento tra i principi degli articoli 2, 3, e 29 della Costituzione, quanto in specie alle libere scelte compiute da ciascuna persona in relazione alla vita di coppia ed alla partecipazione alla stessa, opera dunque per l’adeguamento della disciplina giuridica all’effettiva sostanza dell’evoluzione sociale, anche introducendo, entro i vincoli della Costituzione e per il libero sviluppo della personalità di cui all’art. 2, speciali forme di garanzia per i diritti e i doveri che sorgono dai legami differenti da quelli matrimoniali, ivi comprese le unioni omosessuali.” (art. 5.5. commi 2 e 3, Documento finale del Comitato Diritti del Pd)
Dunque, se qualcuno è riuscito a sopravvivere a cotante enunciazioni, il Pd vuole (forse) le unioni civili tra conviventi anche omosessuali – ci si scorda sempre di dire che la grandissima maggioranza della platea interessata sarebbero coppie eterosessuali.
Rosy Bindi, presidente del Pd e principale esponente della sua ala cattolica, ha recentemente dichiarato, per suffragare l’annacquatissima soluzione prospettata dal documento di cui sopra, che il matrimonio gay non avrebbe potuto essere deliberato in ogni caso perché sarebbe incostituzionale. Il che è falso.
“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.” (art. 29, Costituzione della Repubblica Italiana)
Non serve essere giuristi. Basta saper leggere. C’è forse scritto che la famiglia è fondata sul matrimonio eterosessuale? No.
Ancora. Il 15 marzo, con la sentenza 4184, la Corte di Cassazione, in merito alla richiesta di validazione di un atto matrimoniale tra due omosessuali italiani sposatisi all’Aja nel 2002, scrive:
” [...] il fatto che il matrimonio, sebbene ricopra un ruolo centrale nel sistema normativo che disciplina i rapporti di famiglia, non sia “definito” dalla Costituzione, né dal Codice Civile e neppure dalle leggi speciali che nel tempo hanno regolamentato l’istituto, deve indurre l’interprete [i giudici stessi, ndA] chiamato ad individuarne il contenuto essenziale ad un’attenta considerazione della evoluzione che l’istituto possa avere avuto nel costume sociale [...] compete al legislatore dare attuazione, nelle forme che risulteranno conformi alla volontà parlamentare, quale espressione delle istanze provenienti dalla società, all’interno della quale è già da tempo presente il dibattito sull’argomento“
Capito Bindi? Il matrimonio non glielo validano perché non è nell’ordinamento. Se non sei d’accordo sui matrimoni gay, meriti comunque il mio rispetto (e non sai quanto mi costi dirlo). Ma almeno non inventarti fregnacce. Non schermarti dietro la Costituzione per giustificare il tuo essere bacchettona. Noi italiani la leggiamo, la Costituzione, anziché citarla a sproposito. Non ci infinocchi.